20/11/2010
Ha salvato gli altri
Cristo Re dell’universo – anno C
2Sam 5,1-3 Sal 121 Col 1,12-20 Lc 23,35-43
Celebriamo nell’ultima domenica dell’anno liturgico Cristo Re dell’Universo.
Una festa dai molti significati e con qualche ambiguità: soprattutto per noi occidentali, dove la democrazia è qualcosa di ormai condiviso, cosa significa celebrare un re? Guardando poi i potenti del nostro tempo, che non sono proprio un esempio di virtù, che senso ha celebrare il potere di qualcuno, di un re, la sua regalità, maestà?
La Chiesa celebra la regalità di Cristo che è diversa – meno male! – da quella del mondo. Questa festa viene a ricordarci che, nonostante tutto, comunque vadano gli eventi della storia, anche se a volte il mondo va a rotoli, è Cristo che ha l’ultima parola, quella definitiva, Lui possiede le chiavi della storia. Questo ci infonde speranza.
E fa crescere in noi la fede. Spesso, ci chiediamo: “Dov’è il tuo Regno, Signore?”. La realtà si fa sfuggente ai nostri occhi, vediamo guerre, fame, povertà. Il Regno subisce violenza. Anche in Iraq. E allora, ancor di più ci viene richiesto l’atteggiamento di fede nel regno che viene e l’impegno nel costruire noi stessi il Regno di Dio nella storia.
Dopo aver camminato con Gesù verso Gerusalemme, nel viaggio raccontato dall’evangelista Luca, che ci ha accompagnato quest’anno, ora siamo al momento culminante, all’atto finale: siamo sul Golgota.
Il Golgota diventa un grande palcoscenico dove troviamo diversi attori: “il popolo stava a vedere” (Lc 23,35) come se si trattasse di uno spettacolo. Cosa?
Gesù: un re nudo, spogliato, inchiodato, sputato, senza scettro ma con la corona, di spine. Un re bislacco, fantoccio. Sfigurato, talmente irriconoscibile che ha bisogno di un cartello per capire chi è (“Questi è il re dei giudei” (Lc 23,38). E’ un cartello ironico!
Gli altri attori: i capi del popolo, i soldati, uno dei due malfattori appesi con lui sulla croce. Tutti deridono Gesù e ripetono la stessa frase, quasi come un ritornello: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è il Cristo di Dio”. Sono tutti concordi che Gesù per dimostrare che è Dio deve essere egoista (“Salva te stesso!”). Nella nostra mentalità Dio è quello che – beato lui! – non ha bisogno degli altri, non deve discutere, capire, relazionarsi con gli altri, non ha una suocera con cui litigare, non ha colleghi di lavoro da sopportare. Dio è il bastante a sé stesso, il sommo egoista perfetto.
Il Dio rivelato da Gesù non è così: non pensa a sé, ma agli altri. Non salva se stesso, ma salva me, te, noi…tutti. Ha bisogno degli altri, di relazionarsi con l’uomo, non è chiuso nella sua solitudine come troppo spesso i potenti di questa terra. E’ venuto per salvare tutti, anche chi è apparentemente perduto.
Come l’altro ladrone, meglio conosciuto come il “buon ladrone”. Buono non nel senso che era bravo, sicuramente aveva commesso qualche reato per stare là. Buon ladrone nel senso di abile, di ladro perfetto: in extremis gli riesce il colpo della sua vita: “ruba” il Paradiso. Non ha il coraggio di chiedere la salvezza, è consapevole delle proprie colpe, sa che non merita nulla. Chiede solo un ricordo: “Ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno” (Lc 23,42). Spesso nei salmi “Ricordati” è il grido dell’uomo che ha bisogno di Dio, che ha paura della morte, della solitudine della morte.
E Gesù accetta e gli apre le porte del Paradiso: “Oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23,43). Altro che ricordo: Dio dice a me, anche se insalvabile, peccatore, indegno della sua presenza: Stai con me. Per sempre. Questo è il miracolo più grande operato da Gesù: “Inchiodato alla croce, coperto di sputi e di insulti, riesce a cambiar l’animo d’un ladro, perché tu possa scoprire la sua potenza” (S. Giovanni Crisostomo, Hom. De cruce et latrone, 2s.)
Che il Signore regni nella nostra vita, nella nostra storia, nelle nostre famiglie, nella Chiesa e nel mondo. Amen.
21:06
Scritto da: donandrea81
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15/11/2010
“Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”
XXXIII Domenica del tempo ordinario – anno C
Ml 3,19-20; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19
La penultima domenica del tempo ordinario ci presenta il tema del destino futuro del mondo, del senso della storia alla luce di Dio.
La Parola ci parla di questi temi usando immagini apocalittiche, facendo riferimento ad un genere letterario abbastanza diffuso nella Scrittura. Ma si tratta ugualmente di immagini terribili, terrificanti.
Nella prima lettura il profeta Malachia parla del giorno della venuta del Signore come un “giorno rovente come un forno” che incendierà gli ingiusti come paglia mentre lo stesso sarà “luce” per i giusti (cfr. Mal 3,19-20).
Nel brano del Vangelo di Luca è lo stesso Gesù che annuncia la distruzione del Tempio di Gerusalemme (“non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta” Lc 21,6), un vero e proprio dramma per il popolo d’Israele che si vede privato della presenza stessa di Dio. E poi continua Gesù facendo l’elenco di quello che accadrà: guerre, terremoti, carestie, pestilenze, segni grandiosi del cielo e fatti terrificanti, persecuzioni, odio. Gesù si riferiva certamente alla distruzione di Gerusalemme che di lì a poco si sarebbe compiuta.
Ma si può dire che questi eventi sono accaduti sempre e accadono anche oggi. Quante volte apprendendo le notizie dalle cronache esclamiamo dicendo: “E’ la fine del mondo!”. Abbiamo la stesso sentimento dei discepoli che sentendo parlare Gesù di questi eventi terribili, gli domandano: “Quando avverrà tutto questo?”. E’ la domanda piena di ansia dell’uomo.
Quando? Oggi, ora, in questo momento – sembra dire Gesù. La violenza, l’odio, l’egoismo dell’umanità avvicinano la fine del mondo. Se ci fermassimo qui, ci verrebbe da chiederci: che razza di Vangelo - buona, bella notizia - è questo?
Gesù ci invita a non chiederci tanto il “quando” - ci prenderebbe il panico! – ma ci dice “come” vivere questo tempo. Il credente, colui che ha fede nel Signore non prede mai la speranza, la fiducia. Non si chiede quando, non si chiede nemmeno cosa deve dire (glielo suggerisce lo Spirito!), ma sta nella storia, in questa storia, con le sue mille contraddizioni, nel mondo, se ne prende cura, non passivamente ma combattendo in prima linea, pagando anche di persona, lottando contro la fame, la povertà, l’ingiustizia, la violenza con “perseveranza”.
La perseveranza a cui ci invita Gesù non è un atteggiamento stoico, eroico, che nasce da noi. No. Nasce dalla fiducia in Dio che ci protegge: “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto” (Lc 21,19). Cosa c’è di più affidabile di un Dio che perde tempo a contarmi i capelli del capo! Un Dio così vicino, così paterno, così innamorato dell’uomo mi dà fiducia. La sua venuta non è terribile, non è qualcosa da aspettare con ansia e terrore, ma con gioia, come ci invita a fare il salmo: “Cantate inni con la cetra, la tromba, le arpe, i fiumi battano le mani, le montagne esultino davanti al Signore che viene a giudicare la terra”.
E san Paolo ci dà un’altra indicazione per vivere il tempo presente con serenità in prospettiva della venuta del Signore: “Chi non vuol lavorare, neppure mangi!” (2Ts 3,10). Ognuno è chiamato a compiere quotidianamente il proprio dovere, cooperando all’opera della creazione di Dio e all’opera della redenzione operata da Gesù.
Signore, tu accompagni i nostri passi in questo tempo. Noi spesso ci lamentiamo di questo tempo. Eppure questo è un tempo meraviglioso per essere tuoi testimoni del tuo amore per ogni uomo. La forza del tuo Spirito ci doni il coraggio di dire ad ognuno che Dio ci ama, ha cura di noi. Con la tua dolce presenza, non avremo paura dell’odio e della violenza. Sappiamo che tu hai sconfitto il male con la tua croce. Aiutaci a portarla quotidianamente con serenità e perseveranza.
00:56
Scritto da: donandrea81
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31/10/2010
Zaccheo, scendi subito perchè oggi devo fermarmi a casa tua
XXXI Domenica del tempo ordinario – anno C
Sap 11,22-12,2 Sal 144 2Ts 1,11-2,2 Lc 19,1-10
Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme volge al termine. Gesù fa tappa a Gerico, ultima città prima di Gerusalemme, città importante per la bibbia. Anche se la sua etimologia vuol dire “profumata”, Gerico era tutt’altro: una città invivibile, famosa per la corruzione dei costumi e simbolo della violenza. E’ la città più bassa del mondo (300 mt sotto il livello del mare). E Gesù, per compiere la sua missione fino in fondo, va a Gerico e attraversa la città: “Il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10). Dio non se ne sta nel suo tempio, ma viene a cercare l’uomo nei bassifondi della storia, negli abissi del peccato, là dove si trova. Viene a cercarlo… come il pastore di Lc 15.
E nella città più bassa, vi è un uomo basso, non solo di statura, ma anche moralmente: Zaccheo, capo dei pubblicani. E’ il simbolo dell’insalvabile, di ciò che è impossibile da salvare, è il “cammello “ di cui parla Gesù, che non può passare per la cruna dell’ago, non può entrare nel Regno. Ma per l’amore di Dio tutto è possibile…
Zaccheo “cercava di vedere chi era Gesù” (v.3), forse mosso dalla curiosità, non dal desiderio di conoscere veramente Gesù. Zaccheo non sa che è atteso all’appuntamento della vita.
Corre avanti, sale su un albero di sicomori. Vede Gesù dall’alto in basso. Dall’alto della sua autosufficienza.
Gesù passa e alza lo sguardo: si ferma davanti a Zaccheo, sembra che sia venuto a Gerico proprio per lui. “Zaccheo” vuol dire “Dio si ricorda”: Gesù, fermandosi, ci dice che Dio si ricorda non del nostro peccato, ma di noi, anche se peccatori. Così il libro della Sapienza nella prima lettura: “Hai compassione di tutti perché tutto tu puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento” (Sap 11,23). Dio ha un appuntamento con noi, l’appuntamento che può farci cambiare vita.
Gesù alza lo sguardo: vede Zaccheo dal basso verso l’alto, come ha guardato i discepoli nel Cenacolo, lavando loro i piedi. E’ lo sguardo dell’amore, umile. Dio si fa basso, scende, si piega per mettersi al servizio dei deboli.
Poi Gesù gli dice: “Zaccheo, scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua” (v.5). Finora Gesù era stato sempre invitato, ora è lui che si invita e lo fa con una parola carica di significato: “devo”. Sembra una pretesa, invece è una necessità. Dio ha bisogno di entrare nella casa, nella vita dei peccatori, nella mia casa, nella mia vita di peccatore. Qui si gioca la sua missione: “Il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto”(v.10).
Questo amore ostinato di Dio che mi cerca nei bassifondi della vita mi può cambiare. Come ha cambiato Zaccheo. Venuto per curiosità, se ne torna “pieno di gioia”. Zaccheo cambia perché si sente non giudicato ma amato. Incontra un Dio che si fa amico, vuole stare con te, nella tua casa, vuole prendere dimora nel tuo cuore, anche se indegno.
Un Dio che bussa alla porta della tua casa è un Dio impotente: l’onnipotenza di Dio si manifesta proprio nella sua misericordia. Solo l’amore cambia la vita delle persone. Le persone malvagie sono così perché hanno ricevuto poco amore.
Zaccheo, solo con la sua sete di denaro, ha un amico: Gesù. E in lui tanti altri amici: i poveri. “Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto” (v.9). Fare esperienza dell’amore di Dio ci fa spalancare la porta del nostro cuore, della nostra casa agli amici di Dio, i poveri, quelli più bisognosi di amore.
Allora, non aspettiamo ancora: oggi può essere il giorno decisivo. Come è stato per Zaccheo. Dio vuole stare con me, si fa mio commensale.
Signore, entra nella mia vita, nel mio cuore. Cambiami col tuo amore.
16:35
Scritto da: donandrea81
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25/10/2010
La preghiera dell'umile penetra le nubi
XXX Domenica del tempo ordinario – anno C
Sir 35,15b-17.20-22a; Sal 33; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14
Continua l’insegnamento di Gesù sulla fede. E per parlare della fede, Gesù parla della preghiera, strumento per alimentare la fede stessa, modo di vivere la fede.Dopo averci esortato alla preghiera fiduciosa, “senza stancarsi mai” (Lc 18,1), ora Gesù ci presenta una parabola con due protagonisti, il fariseo e il pubblicano, che incarnano due atteggiamenti di preghiera e, allo stesso tempo, due modi di vivere. La preghiera rivela qualcosa oltre se stessa, ci rivela il modo di concepire la propria vita.
Gesù vuole correggere due atteggiamenti collegati tra loro: sentirsi giusti di fronte a Dio e superiori di fronte ai fratelli. Orgoglio e disprezzo: due facce della stessa medaglia.I due protagonisti della parabola ci dicono due modi opposti di essere davanti al Signore e davanti ai fratelli.
Il fariseo:egli dice la verità. Lui è un osservante scrupoloso, uno zelante perfetto della Legge. Anzi, va anche oltre la Legge stessa (osserva il digiuno due volte la settimana anziché una e dà le decime di quello che possiede pur non essendo obbligato). Il suo errore non sta nell’ipocrisia. Lui non è un falso, quelle cose che elenca le fa. Lui sbaglia quando oggetto della sua preghiera è la sua giustizia, il suo “fare” che diventa motivo di presunzione nei confronti di Dio. Si ritiene in credito presso Dio, gli avanza le sue pretese. Non si aspetta la salvezza come dono, ma come premio, merito. Non siamo troppo severi con il fariseo: molte volte anche noi, soprattutto per il nostro impegno nella Chiesa ci troviamo ad accampare diritti assurdi davanti a Dio. Eppure la sua preghiera era cominciata bene: “Ti ringrazio, o Dio…”: aveva riconosciuto in Dio la fonte della sua santità. Ma poi la sua preghiera si è rivelata un monologo, non un dialogo. Una preghiera narcisisitica, piena di “io” piuttosto che di “Dio”. Non si confronta con Dio, ma con gli altri giudicandoli. “Andò per pregare, ma non pregò dio, lodò se stesso” (Agostino, Sermo 115,2). E’ un atteggiamento di non fede, ma di fiducia solo in sé stessi, di autosufficienza, di stupida saccenza.
Il pubblicano: anche lui dice la verità. “Sono un peccatore”. Erano colui che era incaricato della riscossione delle tasse per conto dei romani. Erano degli ingordi. Considerati pubblici peccatori erano associati alle prostitute, ai ladri, agli adulteri e ai pagani.Anche lui salì al tempio per pregare, ma il suo atteggiamento è all’opposto di quello del fariseo. Si ferma a distanza, riconosce il suo essere peccatore come essere lontano da Dio, si batte il petto e riconosce umilmente di essere un peccatore. La sua preghiera è elevata al Dio della misericordia. Non ha bisogno di confrontarsi con gli altri. Il suo sguardo – timido per la vergogna - è solo per Dio perché solo Dio può colmare la sua lontananza… come il Padre di Lc 15. E la sua preghiera “penetra le nubi” (Sir 35,21) viene accolta, lo giustifica. Non ha nulla da elencare, ha solo da chiedere. Questo è il giusto modo di pregare e di vivere. Questo è il vero atteggiamento di fede: confidare nella infinita misericordia di Dio che non viene mai meno.
La preghiera non cambia Dio, ma deve cambiare noi. Noi, coscienti del nostro essere fragili, “terra” confidiamo nella potenza di Dio e gli esprimiamo il nostro desiderio di cambiare, di fare la sua volontà.ù
Signore, guarda a noi come al pubblicano pentito. Anche noi siamo certi che ascolti la nostra preghiera. Facci gustare sempre la tua misericordia. Che non abbiamo mai a disperare di essa. Nella tua misericordia, nella tua “debolezza” manifesti la tua “onnipotenza” di amore.
00:54
Scritto da: donandrea81
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