Desiderio di santità

Solennità di Tutti i Santi

Ap 7,2-4.9-14   Sal 23   1Gv 3,1-3   Mt 5,1-12a 

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Oggi la liturgia ci invita a contemplare lo splendore della comunione dei santi, l’innumerevole schiera degli amici di Dio che si uniscono ogni volta alla nostra preghiera e intercedono per noi davanti al Padre.

 

Perché celebrarli in un’unica festa? La risposta ce la dà un padre della Chiesa, san Bernardo: “I nostri santi – egli dice – non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. Per parte mia, devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri” (Disc. 2; Opera Omnia Cisterc. 5, 364ss). Ecco il vero significato di questa festa: non è un mettere sul piedistallo o nella nicchia questi uomini e donne così da sentirli “irraggiungibili”. Ma è un guardare l’esempio luminoso di questi uomini e donne, come noi, e sentire in noi il grande desiderio di entrare nella luce di Dio, nella grande famiglia di Dio, nella felicità.

 

Sentire il desiderio della santità in noi significa desiderare Dio, “il tre volte Santo” (cfr. Is 6), puntare in alto, al cielo, salire il monte.

Ma, allo stesso tempo, è stare ben saldi coi piedi per terra. La nostra vita, la nostra casa, il nostro posto di lavoro sono lo spazio in cui diventiamo santi, sono “la strada” che ci fa salire verso la santità.

 

Gesù, nel brano evangelico, ci mostra cosa significa essere santi: è assomigliare a Lui, il Beato per eccellenza, perché è il primo ad essere povero, mite, misericordioso, affamato di giustizia, perseguitato.

Il Vangelo delle beatitudini ci dice che la santità, cioè la felicità vera, è raggiungibile, è a portata di tutti. Ed è possibile raggiungerla non salendo nicchie, ma vivendo la vita come dono di Dio (cfr. seconda lettura di 1Gv).

 

Essere santi non è essere “separati” dal mondo, come potrebbe indurre a far credere il significato etimologico del termine “santo”. Non è fare cose straordinarie, ma straordinariamente le cose ordinarie (es. don Felice non era un “marziano” ma faceva il prete in modo straordinario). No, al contrario, essere santo significa essere un “rivoluzionario” (cfr. Benedetto XVI ai giovani a Colonia): “separato” dal mondo, entrando sempre più nella logica di Dio, il santo vive la vita come dono e ha come scopo il raggiungimento della felicità, sapendo che la strada verso di essa è in salita e costa povertà, fame e sete di giustizia, persecuzione e insulti.

Solo vivendo così, non da “rassegnati” ma “lottando” contro ogni forma di povertà, di ingiustizia, di violenza, confidando nella compagnia di Dio e guardando la scia luminosa di chi ci ha preceduti sulla strada dell’esistenza terrena (i santi) possiamo raggiungere la vera felicità.

 

Signore, alimenta in noi la fiamma del desiderio della tua santità. Che questa fiamma risplenda sempre più nella nostra vita e sappia contagiare gli altri.

Desiderio di santitàultima modifica: 2009-11-01T13:20:27+00:00da donandrea81
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